martedì 21 gennaio 2014

La legge elettorale Renzi-Berlusconi

Sono giorni infuocati quelli che accompagnano la discussione sulla nuova legge elettorale. Il sindaco Matteo Renzi, da poco eletto Segretario del Partito democratico, si sta impegnando per dare all'Italia, e a gli italiani, una legge elettorale più adeguata e in tempi brevi. 
Qualche giorno fa Renzi si è incontrato con il Leader di Forza Italia Silvio Berlusconi nella sede del Pd per discutere le regole che, con ogni probabilità, ci porteranno nel prossimo anno al voto.  

La nuova legge, frutto dell'accordo tra i due leader, è stata definita dal segretario Pd "Italicum" e prevede un premio di maggioranza da assegnare alla coalizione che raggiunge il 35% dei voti. Nell'eventualità che nessuno raggiunga questa soglia, è previsto un ballottaggio tra le due coalizione più votate. Il premio di maggioranza permette di ottenere il 53% dei seggi in Parlamento.
Oltre al premio, sono previste anche delle soglie di sbarramento, fondamentali per svincolarsi dal potere di ricatto dei piccoli partiti. Le soglie di sbarramento sono: il 5% per i partiti coalizzati, l’8% per i non coalizzati e il 12% per le coalizioni. 
Infine, l'Italicum prevede che i partiti o le coalizioni possano presentare una (breve) lista bloccata di candidati, togliendo cosi la possibilità agli elettori di esprimere la propria preferenza.

Superfluo dire che la proposta di Renzi-Berlusconi ha creato scompiglio nella politica italiana, vediamo il perché: 
- Innanzitutto, la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza è troppo bassa. Passare dal 35% dei voti al 53% dei seggi ci pare veramente eccessivo. Su questo, credo, saranno tutti d'accordo. Spero nei prossimi giorni si lavorerà per portare tale soglia al 38-40%. 
- Secondo punto di scontro sono le soglie di sbarramento, ritenute da molti (non da tutti) troppo alte e dannose per quei partiti che sono si piccoli, ma pur sempre espressione di una qualche frangia di popolazione. D'altro canto, chi ha seguito Renzi nell'esperienza fiorentina, conosce la sua visione della politica: Matteo guarda con grande ammirazione al modello americano, dove due partiti (Repubblicano e Democratico) si trovano su posizioni diverse e si danno politicamente battaglia. Non ama la politica italiana, condizionata da un gran numero di piccoli partiti e dai loro ricatti. Non so quale sia la strada giusta per la nostra politica, sta di fatto che Renzi vorrebbe portare un bipolarismo in un sistema almeno tripolare (non viene considerata la presenza del Movimento5Stelle) e non so dove questo possa portare.
- Arriviamo all'ultimo punto di discordia: le liste bloccate. Personalmente credo che la possibilità di esprimere le proprie preferenze sia un importante diritto dei cittadini italiani. Detto questo, però, in Italia anche le cose più nobili vengono girate e rigirate, diventando un'arma a doppio taglio. Nel nostro paese, purtroppo, le preferenze non sono soltanto un sacrosanto diritto, ma soprattutto un facile modo per alimentare corruzioni e clientelismi. Anche su questo tema, come sul precedente, si sono sprecate in questi giorni voci pro e contro le liste bloccate. A breve vedremo se verrà trovato un punto di incontro tra le forze in gioco.

lunedì 23 settembre 2013

Il trionfo di Angela Merkel

Il popolo tedesco ha decretato il suo verdetto: Una vittoria schiacciante per la cancelliera Merkel e il CDU che toccano il 41,5% dei voti. E' un risultato storico.
Alcune sorprese, però, arrivano dalle urne: Fdp, i liberali e storici alleati della Merkel, restano fuori dal Bundestag non riuscendo a superare lo sbarramento (5%); 
L'Spd, secondo partito all'interno del parlamento, arriva al 25,7%, seguito dall'estrema sinistra di Die Linke (8,6%) e il Partito dei Verdi (8,4%).
Angela Merkel
Restano fuori dal Parlamento anche il partito euroscettico della Afd (4,7%) e il partito dei Pirati (2,2%).

La Merkel può quindi festeggiare per il grande successo: la cancelliera tedesca è stata infatti la prima ad essere rieletta in Europa in questo periodo di crisi (a differenza di quanto successo in Spagna, Francia, Italia..), forse anche grazie alle politiche che consentono alla Germania di sentire meno la crisi rispetto ad altri paesi del vecchio continente.
"Risultato formidabile" festeggia la Merkel, "adesso voglio maggioranze stabili".
Proprio attorno alla formazione del nuovo governo gravitano i dubbi: l'opzione più probabile è quella di ricorrere alla Gross Koalition tra CDU e Spd. Più difficile ma non da escludere l'alleanza tra CDU e Verdi.
Vedremo nelle prossime settimane.

Questi elezioni sono state importanti e interessanti non soltanto per i cittadini tedeschi, ma anche per quelli degli altri paesi europei. Da anni oramai la Germania traccia la linea politica ed economica dell'intero continente, dettando regole e vincoli e influenzando inevitabilmente la vita di tutti quanti vivono nell'Unione Europea. In molti speravano che la cancelliera venisse scalzata dal suo ruolo; altri invece auspicavano una sua rielezione. Non so quale delle due possibilità avrebbe fatto il bene dell'Italia e dei paesi in difficoltà, ma so per certo che quanti pensano che, dopo la rielezione, la Merkel sarà più clemente si sbagliano. La Germania continuerà a fare ciò che ha fatto negli ultimi anni, battendo sul tavolo europeo il pugno duro del suo leader.

venerdì 21 giugno 2013

La rivolta brasiliana

In Brasile, mentre si sta svolgendo la Confederations Cup, si stanno susseguendo ondate di proteste e manifestazioni dei cittadini contro il governo di Dilma Rousseff, reo secondo i rivoltosi di aver speso più di quanto previsto per l'ammodernamento degli impianti sportivi in vista del Mondiale 2014.
Oltre cento città sono state investite da queste mobilitazioni popolari. Circa cinquecentomila persone sono scese in piazza per dire no alla corruzione dei partiti politici e allo scialacquamento dei soldi pubblici. Ci sono state manifestazioni a Rio de Janeiro, Brasilia, Salvador, Belem, Porto Alegre, Campinas e molte altre.
Questa protesta è la prima di consistenti dimensioni dopo quella del 1984, quando il movimento "Diretas Ja" mobilitò milioni di persone contro la dittatura militare.

I mass media locali riferiscono che la protesta sia stata innescata dall'aumento dei prezzi dei trasporti pubblici a San paolo. E questo basta per creare un tale moto di manifestazione?
Probabilmente c'è altro.
Innanzitutto, dobbiamo sottolineare il fatto che la protesta non è portata avanti solo dalle classi povere ma anche, e soprattutto, da giovani della emergente classe media, a dimostrazione che il solo rincaro dei prezzi dei trasporti non può bastare come spiegazione.

Molto probabilmente il popolo brasiliano, adesso in espansione e crescita economica, non ha dimenticato le difficoltà, i problemi, i periodi trascorsi nella povertà e nella dittatura.
Proprio questa "memoria comune" ha fatto acquisire ai cittadini un senso di responsabilità che, evidentemente, non è arrivato ai politici. I brasiliani non vogliono compromettere il benessere raggiunto con una inutile crescita, contrassegnata da investimenti colossali, indebitamento prima pubblico e poi privato.
Il paese vive in una situazione di ingabbiamento: in parte è già pronto ad affacciarsi tra i paesi del primo mondo, mentre i retaggi e le strutture rimangono da terzo mondo.
I brasiliani, forse, hanno capito che non è attraverso il tipo di investimenti portati avanti dal governo che si cresce e si insegue il benessere. Si deve investire sull'educazione, sulla cultura e sulla sanità, puntando sulla democrazia, sulla libertà e l'uguaglianza. Soltanto cosi si può pensare di raggiungere il livello di alcune grandi nazioni europee e americane.
Certe volte anche "sacrificando" la grande passione per il futebol.

giovedì 20 giugno 2013

Il collasso del sistema univeristario spagnolo

Che con la crisi economica la Spagna non navigasse in acque tranquille lo si sapeva da tempo. Che in momenti di crisi una delle prime cose tagliate sia la cultura, è anch'essa una cosa nota. E' proprio ciò che sta avvenendo in Spagna in questi giorni.
Proprio negli ultimi giorni rimbalza sui mass media la notizia che il sistema universitario spagnolo stia velocemente andando verso il collasso, provocando le reazioni di migliaia di studenti.
Con poche e semplici operazioni il governo Rajoy sta "sfrattando" gli studenti spagnoli dalle proprie università. Moltissimi iscritti, infatti, si trovano in una situazione di difficoltà e incapacità di pagare le tasse universitarie.
I provvedimenti "incriminati" sono: tagli all'educazione, aumento delle tasse, inasprimento dei requisiti accademici e riduzione delle borse di studio.
Sono circa 30.000 gli studenti che rischiano di dover abbandonare la propria università per insolvenza: alla Politécnica di Madrid sono circa 1530 gli alunni morosi; le università andaluse ne contano 5700; Valencia 656 e Oviedo un migliaio.

Sono nati quindi dei gruppi di protesta a Madrid, Barcellona, Siviglia e Bilbao.
La PAT (piattaforma delle vittime delle tasse) sta portando avanti una campagna con l'obiettivo di avviare lezioni virtuoli per gli alunni espulsi dall'ateneo.
Alcune università hanno invece deciso di attivare dei fondi sociali in favore degli studenti in difficoltà.
In situazioni simili si trova anche il sistema dei docenti, sempre meno incline ad assumere nuovi professori e tendente a licenziare i già assunti.

Una situazione davvero grave, che potrebbe portare, se il fenomeno dovesse estendersi per dimensioni, ad una vera e propria rivolta da parte degli studenti, i quali si sentono defraudati della possibilità di studiare e crescere all'interno delle loro università.
Come possiamo vedere, tutto il mondo è paese: in periodi di crisi, anziché investire sulla cultura, la formazione, l'insegnamento e la conoscenza, si preferisce tagliare le spese. Senza capire che soltanto intorno alla cultura si può ricreare una situazione di benessere e rialzarci da una crisi gravissima...purtroppo non soltanto economica.

lunedì 3 giugno 2013

La protesta di Piazza Taksim è molto altro..

Televisioni e giornali continuano ormai da giorni a raccontare ciò che sta avvenendo a Istanbul tra manifestanti e forze dell'ordine, interpretando i disordini, gli scontri e le masse che manifestano, come una rappresentazione dello spirito "verde" dei turchi. La realtà, però, non è cosi semplice.
La protesta di molti (ricordiamo che è una parte della popolazione) in difesa di Gezi Parki, uno dei parchi più antichi e belli della città, è si un motivo di mobilitazione valido ma da solo non basta a spiegare né l'attivismo delle persone né tantomeno la forza della repressione di questa protesta.
Il progetto di distruggere Gezi parki è soltanto la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già colmo, della popolazione di Istanbul. E' l'ennesima azione del capo di governo Erdogan "contro" i cittadini.
Venerdi 31 maggio sono stati stimati cinquantamila manifestanti nella zona di Piazza Taksim, contro i quali la polizia ha risposto con cariche, idranti e lacrimogeni. Sono state decine le persone ferite in nome di una repressione inaudita quanto inutile data la natura pacifica della protesta. Secondo i dati del Ministro degli Interni Muammer Guler, la polizia turca ha arrestato in pochi giorni 1700 persone.
Il moto di protesta che ha colpito Istanbul però non si ferma. Si sta allargando, espandendosi anche in altre città della Turchia, dove ci sono state negli ultimi quattro giorni circa 235 manifestazioni.

Stavamo appunto dicendo che quella di Gezi Parki è soltanto l'ultima manovra sbagliata da Erdogan nei confronti dei cittadini, allora cos'altro viene imputato al leader turco?
Iniziamo col dire che Erdogan è a capo di un governo guidato dall' AKP, partito filo islamico per la giustizia e la libertà, al potere dal 2002. Ha ottenuto un grande successo alle elezioni e per questo ho sottolineato più volte che la protesta, e quindi il malcontento, nei suoi confronti è radicato comunque nella minoranza della popolazione.
Secondo la parte manifestante del popolo Erdogan si sarebbe "macchiato" di una serie di leggi e divieti non apprezzate dai turchi, quale per esempio il divieto di consumo di alcool, ma soprattutto sarebbe colpevole di aver proposto e approvato misure tese a snaturare sempre più l'impostazione laica data alla Turchia dal padre della patria Mustafa Ataturk.

Per una minoranza che la pensa cosi, esiste però un'altra parte di popolazione che la pensa differentemente e quindi risulta difficile capire, senza toccare con mano ciò che sta realmente accadendo ed è accaduto nel passato a noi più vicino, dove si trovi la verità. Certo è che la polizia sta reagendo in modo davvero spropositato nei confronti dei manifestanti, i quali rispondono, tra le altre cose, con la protesta delle pentole e urlando a squarciagola: "Erdogan dimettiti".

mercoledì 22 maggio 2013

Stoccolma sotto shock

Da giorni la capitale svedese si trova in emergenza per il crescente moto di protesta che ha coinvolto giovani, immigrati e forze dell'ordine. Sono decine le automobili bruciate e le proprietà danneggiate.
La causa principale che ha scatenato la rivolta sembra essere l'uccisione da parte della polizia di un sessantanovenne armato di machete nel sobborgo di Husby.
Husby è un quartiere povero di Stoccolma, caratterizzato da un elevato tasso di immigrazione e abitato in prevalenza da turchi e somali.
Da domenica scorsa, qualche giorno dopo l'uccisione dell'uomo, la città è stata messa a ferro e fuoco da questa ondata di delinquenza e inciviltà, contro la quale la polizia è stata costretta a rispondere in modo duro.
Nei confronti delle forze dell'ordine è stata mossa allora la critica di brutalità e razzismo.

Molti, guardando i fatti che stanno accadendo nel paese, sostengono che questa sia la normale conseguenza di un sistema di welfare state ormai in crisi a causa dell'invecchiamento della popolazione, le ondate migratorie  e un meccanismo di sussidi ormai insostenibile.
Ad avvalorare questa tesi c'è chi afferma che gli immigrati formino ad oggi il 15% della popolazione svedese e che il 30% dei giovani residenti nei sobborghi non lavora e non studia.
I sobborghi poveri di Stoccolma sarebbero quindi in una condizione gravissima, completamente separati dal centro della città e soggetti a maggiore segregazione.

D'altro canto, però, il portavoce della polizia, Kjell Lindgrean, ha riferito ai media locali che i rivoltosi non sono un gruppo ben definibile, bensi si tratterebbe di un insieme eterogeneo di soggetti (giovanissimi, trentenni, stranieri, svedesi) che sta prendendo al balzo l'occasione per compiere atti di inciviltà e vandalismo.

La mia opinione, per quel che può contare, è che la verità sta nel mezzo: è senza dubbio vero che la Svezia in generale, e Stoccolma in particolare, fa dell'accoglienza, dell'integrazione, dell'efficienza del welfare state, dei servizi il proprio punto di forza. Circa un mese fa ho avuto la fortuna di visitare Stoccolma ed ho potuto toccare con mano lo stato di benessere dei cittadini e l'efficienza delle strutture svedesi.
E' allo stesso modo certo, però, che una parte degli immigrati, specialmente coloro che abitano nei sobborghi poveri, si trovino in una situazione disagiata e difficile, dovuta al fatto di trovarsi in un paese straniero, costretti a confrontarsi con una lingua che non è la loro, e con una grave e perdurante situazione economica a livello europeo (e quindi anche svedese, seppur meno grave che in altre realtà del vecchio continente).
In questi giorni ho sentito molto dibattere sulla posizione da prendere nei confronti dell'immigrazione e dell'integrazione. Anche in questo caso, spesso, sento estremizzazioni: c'è chi ritiene giusto aprire i confini di Stato a tutti, senza limiti né regole. C'è invece chi, al contrario, opterebbe volentieri per bloccare il flusso in ingresso di persone provenienti da Asia e Africa.
Credo che il fenomeno immigrazione sia oggi, e sarà domani, un punto centrale delle politiche e dell'azione dei governi nazionali e internazionali. Se è troppo facile sostenere che molti dei problemi che segnano la vita dei nostri paesi sono dovuti agli immigrati, è altrettanto sbagliato e soprattutto controproducente non mettere barriere, limiti e codici di comportamento all'ingresso di queste minoranze nei nostri confini. Per alcuni stranieri che commettono reati nei nostri paesi, infatti, ce ne sono moltissimi che lavorano, studiano e cercano di integrarsi; e questi ultimi devono godere della possibilità di venire, vivere e crescere nel nostro paese.
La vera sfida dell'Europa nel prossimo futuro ritengo sarà non tanto combattere la crisi economico-finanziaria quanto riuscire a gestire il problema di minoranze (in crescita) non integrate senza sfociare in guerre civili. Si stanno mescolando culture, costumi, religioni, aspettative e bisogni troppo diversi tra loro, senza creare le giuste condizioni perché questo possa avvenire senza scontri e insofferenza.
L'integrazione è un processo molto lungo e difficile che ha inizio soltanto nel momento in cui l'accettazione dei propri doveri è un passo avanti rispetto alla pretesa dei propri diritti.

domenica 21 aprile 2013

Napolitano II

Per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana un presidente è stato rieletto. Giorgio Napolitano, all'età di 87 anni, è stato rieletto al Colle con 738 voti.
Sono stati giorni convulsi quelli che hanno preceduto l'elezione del Capo dello Stato; la politica italiana si è trovata di fronte all'incapacità di nominare un volto nuovo che mettesse tutti d'accordo; l'Italia intera si è resa conto che la classe politica sempre meno rispecchia il volere del popolo e sempre più è espressione di una casta interessata solamente a mantenere la poltrona su cui siede.
Il primo nome fatto, proposto dal Partito Democratico, è stato quello di Franco Marini, frutto di un accordo tra lo stesso Pd e il Popolo della Libertà. Ma niente, le divisioni all'interno del Parlamento non hanno permesso la sua elezione.
Il giorno dopo è stato il turno di Romano Prodi, mentre il Movimento5Stelle appoggiava la candidatura del giurista Stefano Rodotà (nome uscito dalle Quirinarie fatte sul sito del movimento di Grillo). Prodi sembrava essere il nome giusto per poter unire un partito spaccato, il Pd, e poter superare finalmente l'impasse politica che da troppo tempo non ci permette di affrontare i gravi temi che attanagliano i cittadini. Cosi però non è stato. In sede di votazione, una parte del Partito Democratico (101 franchi tiratori) hanno voltato le spalle e votato diversamente, portando cosi alle dimissioni dell'intera segreteria del partito.

A quel punto la situazione a Montecitorio è precipitata mentre nelle piazze scoppiava il malcontento di un popolo non ascoltato.

Cosi Pd e Pdl hanno trovato in Giorgio Napolitano la figura che permetteva di risolvere la situazione di stallo; una situazione di stallo che ancora una volta dimostra quanto sia difficile in Italia prendersi le proprie responsabilità, voltare pagina, cambiare e rinnovarsi.
Napolitano si è cosi trovato "costretto" ad accettare l'incarico e farsi carico del difficile compito di formare velocemente un governo in grado di adempiere ai suoi doveri e portare il Paese fuori dalla crisi. Vedremo cosa deciderà di fare il Capo dello Stato, a chi affidare il governo, quali attori politici (o non politici) coinvolgere. La strada più probabile sembra quella di un governo di larghe intese anche se rimane aperta la spinosa questione di un Partito Democratico diviso all'interno e senza un certo futuro.